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Come il Reddito di Cittadinanza Influenza l’Assegno di Divorzile: La Risposta dei Giudici

Con l’introduzione del reddito di cittadinanza, una nuova questione ha attirato l’attenzione degli operatori legali: come questa misura di sostegno economico impatta sull’assegno di mantenimento e divorzile. La prima sentenza di merito a pronunciarsi su questa controversia è stata emessa dal Tribunale di Frosinone, il 18 febbraio 2020, con il giudice relatore ed estensore dott. Andrea Petteruti.

Il caso riguardava una donna sessantunenne che, nel 2017, presentò un ricorso al Tribunale chiedendo la cessazione degli effetti civili del matrimonio e l’assegnazione di un assegno divorzile mensile di €200,00 a carico dell’ex marito. La moglie sostenne di avere un reddito da lavoro così insufficiente da ricevere regolari aiuti da enti pubblici e familiari. La novità in questa causa è stata la percepibilità del reddito di cittadinanza da parte della moglie, che ha influito sulla decisione del tribunale di negarle l’assegno divorzile richiesto.

Il verdetto del Tribunale di Frosinone ha così aperto un precedente significativo, gettando luce sulla complessa intersezione tra il reddito di cittadinanza e l’assegno divorzile. La sentenza riflette la necessità di un approccio caso per caso, considerando attentamente le circostanze specifiche di ciascun richiedente e l’impatto finanziario del reddito di cittadinanza sulle loro condizioni economiche complessive.

La questione giuridica


Il marito avanzava diverse contestazioni riguardo alla richiesta di assegno divorzile, evidenziando una serie di aspetti rilevanti. Nel corso del procedimento, entrava in vigore la Legge n. 26 del 29 marzo 2019, che istituiva il reddito di cittadinanza. Il marito, in risposta, sosteneva che la moglie possedesse tutti i requisiti per richiedere e ottenere il reddito di cittadinanza nella sua massima misura.

Secondo quanto affermato dal coniuge, la nuova normativa, in vigore dal 2019, conferiva alla ricorrente il diritto a percepire un reddito adeguato al proprio sostentamento, rappresentato appunto dal reddito di cittadinanza. Questo diritto, secondo l’interpretazione del marito, escludeva la legittimità della richiesta dell’assegno divorzile, poiché il reddito di cittadinanza garantiva un sostegno finanziario congruo. La giurisprudenza consolidata sottolinea che il diritto all’assegno divorzile cessa qualora il reddito percepito o percepibile sia ritenuto congruo, e la percezione del reddito di cittadinanza, secondo il coniuge, rientrava in tale categoria.

Inoltre, il marito sottolineava che l’eventuale inerzia della moglie nel richiedere il reddito di cittadinanza non poteva influire negativamente su di lui. Al contrario, la mancata presentazione della domanda andava interpretata a sfavore della moglie, in quanto rappresentava una volontaria rinuncia ai miglioramenti del reddito previsti per legge. Questo argomento del marito faceva leva sulla responsabilità della moglie nel cercare tutte le opportunità a disposizione per garantire il proprio sostentamento economico, compreso il diritto al reddito di cittadinanza.

La fase processuale


Le prove presentate nel contesto processuale rivelavano chiaramente diversi elementi fondamentali della vicenda: i coniugi avevano ufficialmente sancito la loro separazione consensuale nel 2001, mediante un verbale omologato, nel quale si stabiliva che nessuno dei due aveva obblighi di mantenimento verso l’altro, considerando entrambi la propria autosufficienza economica. Ulteriori dettagli emergevano dalle risultanze processuali, delineando una situazione complessa.

La moglie, secondo quanto accertato, risiedeva in una casa in affitto pagando un canone mensile di €400,00, superiore al suo reddito da lavoro. La sua situazione economica era ulteriormente supportata da aiuti pubblici regolari dalla regione di residenza dal 2010, oltre che da contributi finanziari costanti provenienti dalla madre e dalle figlie. Prima del trasferimento, aveva lavorato stagionalmente, beneficiando dell’indennità di disoccupazione nei periodi di inattività lavorativa. Nel frattempo, il marito, che condivideva la sua pensione mensile di circa €1.200,00 con una nuova compagna disoccupata, possedeva insieme alla moglie, in comunione indivisa, la casa coniugale di un tempo.

Va notato che, nonostante le evidenze a suo favore, la moglie non aveva fornito chiarimenti sulla richiesta o l’ottenimento del reddito di cittadinanza, rimanendo tale aspetto incontestato nel corso del procedimento. Questo elemento aggiungeva un’ulteriore dimensione di complessità alla situazione, sollevando interrogativi sulla sua scelta o possibile idoneità a beneficiare di tale forma di sostegno economico.

La decisione del Tribunale

Il tribunale ha preso una decisione chiara e dettagliata riguardo alla richiesta di assegno divorzile avanzata dalle parti coinvolte. In base a un precedente pronunciamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (n. 18287/18), il tribunale ha analizzato attentamente diversi criteri per valutare il diritto all’assegno di divorzio.

Prima di tutto, è stato evidenziato che i coniugi si erano separati consensualmente nel 2001, stabilendo in un verbale omologato che nessuno dei due aveva obblighi di mantenimento nei confronti dell’altro, essendo entrambi economicamente autosufficienti. La moglie, secondo le prove presentate, possiede un immobile, percepisce un reddito da lavoro e riceve sia aiuti pubblici che privati. Inoltre, la sua capacità lavorativa è stata riconosciuta come significativa dal tribunale. Nonostante la moglie non abbia contestato il possesso dei requisiti per accedere al reddito di cittadinanza, non ha fornito chiarimenti sulla sua richiesta o ottenimento di tale beneficio.

Il tribunale ha sottolineato che la moglie è in condizione di ottenere benefici pubblici in misura superiore rispetto al reddito percepito e a quest’ultimo maggiorato dall’assegno di divorzio richiesto. Pertanto, ha concluso che il reddito attualmente percepito e quello effettivamente percepibile, considerando vari fattori come la proprietà dell’immobile e i benefici pubblici, non giustificano la corresponsione di alcuna somma a titolo assistenziale, perequativo o compensativo.

Inoltre, il tribunale ha ricordato che l’assegno divorzile, secondo l’attuale orientamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, ha natura assistenziale, compensativa e perequativa. Per essere riconosciuto, è necessario accertare l’inadeguatezza dei mezzi economici del richiedente e l’impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive. In particolare, il diritto all’assegno divorzile viene meno laddove il reddito percepito, o percepibile, sia congruo.

La valutazione delle capacità reddituali del richiedente deve considerare ogni tipo di reddito disponibile, compresi gli aiuti da parte di familiari e altre circostanze rilevanti. Il tribunale ha chiarito che il reddito di cittadinanza rientra tra i redditi congrui, in quanto può essere utilizzato per soddisfare necessità essenziali e costituisce una utilità suscettibile di valutazione economica.

In conclusione, la sentenza ha stabilito che il diritto della moglie a percepire il reddito di cittadinanza incide sul suo diritto a ricevere l’assegno divorzile, facendolo venir meno. La decisione del tribunale riflette un approccio attento alla valutazione economica delle parti coinvolte e alle nuove dinamiche introdotte dalla normativa sul reddito di cittadinanza.

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